Modello per il trapianto renale individua chi rischia meno il rigetto
Dopo un trapianto renale, il paziente deve affrontare un difficile compromesso: proteggere il nuovo organo con farmaci immunosoppressori, accettandone al contempo i gravi effetti collaterali. Gli scienziati di Northwestern Medicine hanno sviluppato un modello di stratificazione del rischio che potrebbe individuare i pazienti la cui incompatibilità con il rene del donatore comporta un minor rischio di rigetto.
Il sistema immunitario può produrre anticorpi contro gli antigeni leucocitari umani incompatibili, o HLA, proteine trasportate dal rene del donatore. L’équipe ha analizzato i dati di oltre 3.000 riceventi in cinque centri trapianti negli Stati Uniti, in Belgio, nei Paesi Bassi e in Spagna, andando oltre il semplice conteggio delle incompatibilità e concentrandosi sulla biologia delle proteine HLA coinvolte.
Utilizzando misure della divergenza evolutiva e delle proprietà fisico-chimiche degli amminoacidi, i ricercatori hanno scoperto che gli alleli HLA-DQ, forme diverse della famiglia HLA-DQ, rientravano in due gruppi principali, separatisi nel corso dell’evoluzione. Le incompatibilità tra questi gruppi erano associate a un rischio maggiore di anticorpi donatore-specifici de novo, cioè anticorpi generati di recente contro il donatore. I ricercatori hanno quindi suddiviso gli alleli in sei gruppi funzionali e sviluppato un modello qualitativo associato al rigetto mediato da anticorpi e alla perdita del trapianto.
In concreto, il modello potrebbe aiutare i medici a decidere quali pazienti potrebbero essere candidati a una terapia immunosoppressiva meno intensa dopo il trapianto, mantenendo livelli più elevati per quelli a rischio maggiore. Potrebbe inoltre orientare la frequenza del monitoraggio immunitario degli anticorpi donatore-specifici e delle biopsie invasive, così come la sicurezza di una riduzione graduale dei farmaci. Si tratta di impieghi clinici proposti, non di risultati già dimostrati nell’assistenza ordinaria.
Il prossimo passaggio della validazione sarà geografico: i ricercatori intendono validare il modello utilizzando dati di pazienti provenienti da altre regioni. Anat Roitberg-Tambur, autrice senior dello studio, ha affermato che il periodo immediatamente successivo al trapianto è quello in cui la stratificazione del rischio potrebbe avere il maggiore effetto pratico, ma il modello deve prima dimostrare che la sua gerarchia del rischio biologico resta valida al di là dei centri che hanno prodotto l’analisi.
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