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Cellule immunitarie editate, controllabili con farmaci già in uso

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Foto illustrativa: Microscope 2-photon Bio-Rad pl3
Foto illustrativa: Pleple2000 · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Prelevare le cellule immunitarie di un paziente, correggerle in laboratorio e reinfonderle. È la promessa della terapia cellulare e genica, e i problemi cominciano una volta che le cellule tornano nell'organismo. Nel corpo, i clinici hanno possibilità limitate di stimolarle o sopprimerle in modo selettivo, e i farmaci che proteggono un organo trapiantato o tengono sotto controllo una malattia possono anche sopprimere proprio le cellule che dovrebbero curare il paziente. Un team australiano guidato dai ricercatori del WEHI presenta ora un modo per aggirare questo conflitto, in uno studio pubblicato su Blood.

Il metodo si basa sul prime editing, una tecnica di editing genetico che apporta modifiche precise al DNA. I ricercatori hanno lavorato con cellule di persone affette da linfoma a cellule T di tipo paniculite sottocutanea con HLH, un raro e grave tumore del sangue di origine immunitaria che può colpire bambini e giovani adulti. Hanno usato il prime editing per correggere una mutazione responsabile della malattia, poi hanno aggiunto una seconda modifica che rende le cellule corrette resistenti al tacrolimus, un farmaco immunosoppressore di uso comune, mantenendole al tempo stesso sensibili alla ciclosporina, un'alternativa affine. L'idea è una «manopola di controllo»: un farmaco può aiutare le cellule corrette a sopravvivere mentre le altre cellule immunitarie vengono soppresse, e l'altro resta disponibile nel caso in cui le cellule modificate si comportino in modo imprevisto e debbano essere ridimensionate. Il dottor Miles Horton, ricercatore del WEHI e specializzando in pediatria al Royal Children's Hospital, ha riassunto la logica in modo semplice: il team voleva che i clinici usassero farmaci «già disponibili nella farmacia dell'ospedale», invece di adottare contemporaneamente una nuova terapia cellulare e un nuovo farmaco.

La piattaforma è stata poi testata oltre quella singola malattia. Secondo i ricercatori, la stessa strategia ha funzionato in altri tipi di cellule T terapeutiche, tra cui le cellule T specifiche per i virus, che un giorno potrebbero aiutare i riceventi di trapianti a combattere le infezioni senza interrompere i farmaci antirigetto, e le cellule CAR T, progettate per curare il cancro. La prima autrice, la dottoressa Esther Bandala-Sanchez, ha dichiarato che le cellule modificate «sono rimaste funzionali sotto immunosoppressione» e «sono rimaste sensibili ad altri farmaci». Si tratta di risultati di laboratorio. Le fonti non forniscono dati su pazienti, esiti clinici né una data per il passo successivo, che il team descrive come un primo studio clinico sull'uomo.

Per ora, a poter trarre beneficio sono le persone che già convivono con un'immunosoppressione continua: pazienti con rari disturbi immunitari, riceventi di trapianti e persone che ricevono terapie cellulari contro il cancro. Se l'approccio dovesse reggere nei pazienti, il suo interesse è pratico. Si basa su farmaci che la pratica clinica di routine già utilizza, quindi richiede meno agli ospedali di una terapia che necessita di un nuovo farmaco da affiancare. Se e quando la tecnica arriverà a questo stadio dipende da una sperimentazione che il team non ha ancora condotto.

Fonti — leggere gli originali(ora di Parigi)

Medical XpressEN
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