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In laboratorio, l'accesso degli anticorpi alle vescicole tumorali varia molto

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Foto illustrativa: A Cancer Cell at Its Most Ordered State
Foto illustrativa: Amina Aidarbek · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

In una goccia di liquido, una sonda estremamente sottile scorre su una superficie e costruisce immagini su scala nanometrica; nei fotogrammi alcuni anticorpi si depositano, restano per un istante o scivolano via. È questo il punto di vista che i ricercatori dell'Università di Kanazawa hanno usato per osservare in tempo reale singole vescicole legate al cancro, le minuscole strutture che le cellule rilasciano.

Le cellule tumorali possono disattivare il sistema immunitario in diversi modi, e uno di questi passa attraverso PD-L1, una proteina che funziona da freno sulle cellule immunitarie capaci di attaccare un tumore. I farmaci che bloccano questa interazione hanno trasformato la cura di alcuni tumori, ma i pazienti rispondono in modo molto diverso. Gli esami standard si limitano per lo più a contare quanta PD-L1 è presente. Eppure una proteina può essere lì e restare in parte nascosta dalle molecole vicine, oppure essere posizionata in modo che un anticorpo fatichi a raggiungerla. I ricercatori chiamano questa disponibilità fisica accessibilità, e finora era difficile misurarla sulle singole vescicole.

Il team ha usato la microscopia a forza atomica ad alta velocità, che non richiede né marcatori fluorescenti né fissazione chimica, così da poter seguire gli anticorpi mentre si legavano. Hanno confrontato le vescicole di due linee cellulari di cancro al seno. Le cellule MCF7 contengono relativamente poca PD-L1, mentre le cellule MDA-MB-231, un modello di tumore al seno triplo negativo, ne esprimono molta di più. Gli anticorpi si sono comportati in modo molto diverso nei due gruppi: sulle vescicole ad alta PD-L1 spesso si agganciavano e restavano, mentre su quelle a bassa PD-L1 scorrevano lungo la superficie e sparivano dalla vista. Oltre l'80% delle vescicole ad alta PD-L1 ha mostrato un'associazione persistente, mentre oltre il 90% di quelle a bassa PD-L1 non ha mostrato alcuna interazione stabile rilevabile. Un secondo anticorpo, diretto contro CD63, un marcatore comune sulle vescicole, ha dato andamenti in larga parte simili, il che suggerisce che le differenze derivano dalla stessa PD-L1 e non da una generale tendenza di alcune vescicole ad aderire.

Il metodo ha funzionato anche con materiale di un paziente. Le vescicole di cellule coltivate in laboratorio a partire dal tumore triplo negativo di una sola paziente hanno mostrato interazioni rilevabili con gli anticorpi nel 93,5% dei casi, con una durata del legame collocata tra i due modelli su linea cellulare. Gli autori sottolineano i limiti: una sola persona, cellule coltivate in una capsula e nessuna prova, per ora, che il metodo preveda se un paziente risponderà all'immunoterapia. Il team chiama la propria classificazione, basata su quanto spesso e per quanto tempo gli anticorpi si legano, Checkpoint Ligand Interface Phenotype, o framework CLIP, e afferma che resta uno strumento sperimentale e non diagnostico.

Per ora, il cambiamento riguarda ciò che i ricercatori riescono a vedere. Le medie calcolate su grandi gruppi di vescicole possono nascondere la variabilità che questa tecnica di imaging rivela, quindi gli studi sulle vescicole tumorali potrebbero ottenere un quadro più fine di chi è raggiungibile dalle terapie. Medici e pazienti non sono ancora coinvolti: il lavoro richiede ulteriori ricerche prima di qualsiasi uso clinico, e il team non indica una tempistica per questo passaggio.

93,5%delle vescicole ricavate dalle cellule del tumore di una sola paziente ha mostrato un legame rilevabile con gli anticorpi

Fonti — leggere gli originali(ora di Parigi)

Phys.org — NanotechnologiesEN
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