Cellule immunitarie potrebbero favorire il tumore al seno precoce

Molti pazienti a cui viene diagnosticato un carcinoma duttale in situ (DCIS), una forma precoce di tumore al seno, si sottopongono a intervento chirurgico, radioterapia o altre terapie senza sapere se la loro lesione sarebbe mai diventata pericolosa. Un team della McGill University presenta ora un meccanismo che potrebbe aiutare a distinguere i casi innocui da quelli a rischio.
Il DCIS è normalmente tenuto sotto controllo da uno strato sottile di cellule che funge da barriera protettiva, impedendo alle cellule tumorali di diffondersi nel tessuto circostante. I ricercatori hanno scoperto che i neutrofili, cellule immunitarie note soprattutto per combattere le infezioni, rilasciano un enzima chiamato elastasi neutrofila, che indebolisce questa barriera. Quando hanno bloccato le cellule o l'enzima, la barriera è rimasta intatta. In altre parole, il sistema immunitario non è soltanto un difensore: in queste lesioni diventa un complice.
Il lavoro è stato guidato da Tarek Taifour, studente di M.D.-Ph.D. nel Dipartimento di Medicina della McGill, con laboratori di tutta la McGill e partner dell'Università del Texas. Il team ha studiato la malattia nei topi, in campioni di tessuto mammario umano e in modelli tumorali tridimensionali coltivati in laboratorio. «A volte il cancro può dirottare i normali processi immunitari e trasformarli in processi che favoriscono la progressione della malattia», ha dichiarato il ricercatore senior William Muller, professore nel Dipartimento di Biochimica della McGill. «Questo sembra essere un esempio di ciò».
Per i pazienti, la promessa concreta risiede in un biomarcatore, un segnale misurabile nell'organismo che indica il rischio. Gli autori ritengono che l'elastasi neutrofila potrebbe un giorno svolgere questo ruolo, aiutando i medici ad adattare il trattamento al rischio di ciascun paziente ed evitando terapie non necessarie a chi ha poche probabilità che il tumore progredisca. Lo studio non indica alcuna tempistica per lo sviluppo di un test di questo tipo.
I risultati provengono da topi, campioni di tessuto umano e modelli coltivati in laboratorio, non da una sperimentazione clinica. La posta in gioco resta alta: il DCIS rappresenta circa un quinto o un terzo dei tumori individuati tramite screening, e la difficoltà di prevedere quali lesioni progrediranno riguarda una larga parte di queste diagnosi.
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